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Ferenc Karinthy

Epepe

https://www.inkoma.com/k/4562

(2015, pp. 217 - 18 euro Adelphi)

 | federico immigrato e rifugiato
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La grandezza di alcuni filosofi come Hegel è talmente solida e compatta che la forza del loro pensiero può essere ammirata senza la preoccupazione che poi il pensiero possa minimamente chiedere qualcosa in cambio. 
Neanche il tentativo di essere capito a fondo, forse.
La complessità di alcune lingue come il cinese invece è talmente affascinante, che provando ad affrontarla c'è anche il rischio di morire di sete.
Chi ha trascorso qualche ora a Pechino o a Piazza Vittorio saprà in quale situazioni assurde ci si può ritrovare provando a chiedere un bicchier d'acqua del rubinetto, o dov'è il bagno. 
In situazioni ben più scoraggianti finisce per trovarsi il protagonista di Epepe, il libro di Ferenc Karinthy pubblicato ora anche in Italia da Adelphi
Affermato linguista ed esperto traduttore dei più iperbolici idiomi sparsi per il mondo infatti, Budai si ritrova per sbaglio in una città brulicante e inospitale dove l'inglese, lo spagnolo l'arabo non sembrano mai essere arrivate e ogni tentativo di comunicazione o dialogo gestuale con l'inaccessibile linguaggio degli abitanti del posto fallisce miseramente. Per la solidità e il senso di immedesimazione che riesce a suscitare lo sviluppo del racconto, sembra davvero di confrontarci con il carisma dei più grandi autori del novecento. 
L'incomunicabilità di Budai sembra propagarsi come la Cecità di Saramago, le vie della città in cui si perde sembrano sperzonalizzate come quello di Orwell e l'atmosfera da incubo ricalca la verosimiglianza surreale di Kafka
Quanto più proviamo a immaginare come faremmo a tornare a casa bucando con la macchina dal pic-nic fuori Frittole senza telefonino, navigatore o google translator, tanto più il protagonista si intestardisce in una guerra lacerante con ogni singola sillaba di una lingua che non capirà mai. 
La forza del romanzo è che riesce ad essere assolutamente attuale anche se ci catapulta in un disastro interattivo che apparentemente poteva avere senso solo fino a quarant'anni fa. 
Più Budai scivola in situazione paradossali cercando di comunicare con le parole, più ci rendiamo conto che noi siamo assolutamente assuefatti in un linguaggio univerasale e alienante, fatto solo di immagini di spiagge e video di gattini che via facebook o twitter ci mette in una connessione sperzonalizzata e paurosamente condivisa con qualsiasi popolo del pianeta.   
Dieci anni fa, in BudapestChico Buarque ci aveva fatto perdere in un labirinto di simboli nascosto dietro il tentativo di far coinciliare mondi apparentemente inconciliabili come il brasiliano o l'ungherese. Lo sforzo di comprensione di lingue cosí diverse tra loro si innestava in un gioco di seduzione destinato a fallire con tutto l'universo femminile. 
In Epepe i tratti forse sono molto meno poetici, ma la liberazione dall'insoddisfazione personale e dai gioghi dei nostri tarli individualistici è molto più fragorosa quando ci si accorge che, a volte, è più facile lasciarsi trasportare dagli eventi e la condivisione del bene comune.
Imperdibile l'introduzione per Adelphi ora nelle librerie di Emmanuel Carrère.
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