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John Niven

Maschio Bianco Etero

https://www.inkoma.com/k/4452

[376 pp, Einaudi Stile libero, 2014, 18,50 euro, ISBN 9788806218171]

 | federico immigrato e rifugiato
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Iris Murdoch diceva che ogni libro è il relitto di un'idea perfetta (Every book is the wreck of a perfect idea).
John Niven è il classico autore che, per cominciare un romanzo, può benissimo prescindere anche da quella. Il suo stile è talmente autoreferenziale, brillante e impetuoso che il nostro, più che di un buono spunto o di qualche straccio d'ispirazione, per mettersi a scrivere – forse - ha solo bisogno della luce accesa e vicini di casa che non fanno troppa caciara. Il precedente A volte ritorno, probabilmente, è un tipo di racconto che, per citazioni musicali e noncuranza agnostica, meriterebbe una menzione d'onore mensile qui su inkoma.com
Va detto, che nella stagione delle vendite massificate di 50 sfumature di grigioIo ti guardo, e del nostro grande Fabio Bonetti, l'ex golden boy della London records e Independiente rec è riuscito a ritagliarsi una nicchia di lettori e affezionati assolutamente sorprendente. 
Tracciando il profilo odioso del suo protagonista Kennedy Marr, nel nuovo Maschio Bianco Etero, però, - all'inizio -sembra che Niven, gli eventuali fan, voglia alienarseli proprio tutti. 
Oltre che una ripulsione per motivi di facciata come l'abbandono della madre, moglie e la figlia, l'alter ego dell'autore suscita qui in verità una specie di invidia paonazza per la facilità disarmante con cui passa da un letto all'altro con poetesse, attrici e bariste bellissime. Il personaggio principale di Maschio Bianco Etero ha un talento letterario cristallino, ma si accontenta di trastullarselo solo per riscrivere le sceneggiature di blockbuster Hollywoodiani con dive che poi si tromberà tutte. Se Nick Hornby quindici anni fa avesse intrapreso una svolta erotomane e palesemente cinica, forse sarebbe arrivato allo stesso dopo sbornia devastante della parte centrale di questo libro. 
E' chiaro che ad un certo punto Kennedy Marr sarà costretto a fare i conti col passato e tornare sulle sue scelte, ma Niven riesce a farlo in una specie di pov perverso di tutti gli stereotipi dei cascamorti dal cuore buono di cui è costellata la letteratura inglese. 
Oltre a citare i grandissimi Smiths sempre al momento giusto, e con canzoni che danno una specie di legittimazione morale ai passi falsi del protagonista, Niven prende spunto dagli input della trama per fare a pezzi il mondo del cinema. 
In un momento di lucidità, ricorda che anche un cast di serie b e un regista esordiente è riuscito a cagare un film che ha fatto riammodernare e mettere l'aria condizionata a tutti i botteghini del mondo come Lo squalo
Lui ha bisogno di molti meno appigli per procedere con una scrittura che non solo è dirompente, ma che oltre a omaggiare ripetutamente la letteratura colta di Nabokov o Bellow, dimostra che la leggerezza ha una sua profondità. 
Prova, ne è la destrezza con cui Niven rispetta e omaggia sacralmente la paura della pagina bianca, anche in mezzo a cocaina, rum e poetesse cubane svestite.
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