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Rodney Ascher

Room 237

https://www.inkoma.com/k/4310

(sub)perceived meanings in The Shining

 | federico immigrato e rifugiato
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Per un padre individuare parti impercettibili del proprio volto nei tratti dei figli è un tipo di sensazione molto vicina a quella vertigine di controllo scomposto della realtà che si prova solo nei sogni.
Allo stesso modo, ogni volta che avrà assistito alla versione definitiva del suo Shining, Kubrick non può non aver riconosciuto migliaia di parti autonome di sé alzarsi, materializzarsi e bere bourbon.
Con il suo capolvoro del 1980 il maestro di New York del resto, non solo ha realizzato uno dei capisaldi della cinematografia degli ultimi quarant'anni, ma ha anche dato forma e coerenza onirica ad un flusso scomposto e strabordante di turbamenti e pulsioni inconsce covate nel fondo della sua coscienza.
Distribuito ora in tutte le librerie da Feltrinelli, il documentario Room 237 prova a mettere in fila e a indicizzare tutti i miti, i luoghi comuni e le più celebri chiavi di lettura che da sempre circondano questo film.
Inizialmente, l'autore Rodney Ascher sembra approcciarsi all'interpretazione di Shining per associazioni rigorosissime, neanche si trattasse di una specie di Smorfia Napoletana spietata e cannibale. Da quasi ogni fotogramma infatti, il nostro scova numeri simbolici e statistiche che poi rimandano a significati sempre necessari.
A volte lo schema confonde, in altri porta a teoremi eclatanti, ma solidi.
Ha fatto molto discutere per esempio la possibilità che Kubrick abbia disseminato la sua opera più celebre di indizi criptati che riconducessero la sua ipotetica collaborazione al controverso sbarco dell'Apollo11 sulla Luna.
Episodio qui logicamente considerato solo come un falso storico, creato ad arte in uno studios cinematografico.
A parte la mastodontica e comprovata collaborazione della Nasa alla realizzazione di 2001 Odissea nello spazioKubrick sembra comunque essere particolarmente legato alle vicende di Neil Armostrong. Tramite una serie di aneddoti veniamo a sapere per esempio come il regista americano ci tenesse molto a dare proprio alla stanza 237 la centralità del suo film. Oltre ad essere il simbolo delle bugie e le illusioni di Jack Torrance, quella camera però ha anche un numero che corrisponde esattamente alla distanza in miglia tra Luna e terra. Il frequente soffermarsi in controcampo della cinepresa sulla scritta Room N. 237 poi, agevola l'associazione con l'unico altro anagramma che contiene quelle lettere: Moon. Più del celebre disegno sulla felpa di Danny con l'immancabile disegno della navicella dell'Apollo 11, andrebbero seguiti con attenzione anche i dialoghi di Nicholson e la Duvall. Emblematiche le liti relative alle ossessioni di lui sull'importanza di tenere fede ai contratti presi o la frustrazione di far credere la moglie di lavorare su una cosa (un libro?) mentre in realtà si fa tutt'altro.
Oltre al 237, nella cabala personalizzata di Shining il numero che torna più spesso è il 42. Corrispondono a questa cifra le macchine parcheggiate fuori dall'Hotel (?) e il logo sulla felpa di Danny e una lista sterminata di altre combinazioni. La tv per esempio, rigorosamente senza fili, è sintonizzata sul film Quell'Estate del'42...
Anche il fatto che l'intro del film si celebra con il Dies Irae, il più celebre dei Requiem, si può pensare che Kubrick abbia voluto in qualche modo anticipare una sorta di preludio a un massacro o alla sua più macraba reiterazione. Considerando che il più colossale dei crimini della storia dell'umanità prese vita con l'Olocausto proprio nel 1942, Ascher apre tutta una serie di collegamenti e dimostrazioni che rendono credibili la centralità di questo tema nel film.
Room 237 da un lato tramortisce per la cura soffocante con cui ha analizzato ogni singolo dettaglio e fotogramma di Shining. In un certo senso è come se si fosse alimentato proprio della maniacalità sconfinata di Kubrick e - a sua volta - ne riproducesse in modo quasi disfunzionale la capillarità e l'immanenza delle sollecitazioni sensoriali.
D'altro canto va riconosciuto il merito ad Asche di aver mantenuto nei limiti del possibile un registro ironico, ma soprattutto la capacità di saper gestire una visione d'insieme smisurata. E' da apprezzare infatti come l'autore non si sia isolato nel gusto del rivelare ogni singolo retroscena, ma anzi abbia dato un'interpretazione ad ampissimo respiro e un filo conduttore coerente alle tantissime teorie.
Non possiamo non consigliarvi l'analisi affascinante sui viaggi a tre fasi nelle scene con il triciclo di Danny, dove ad ognuna sale di livello e passa dalla coscienza di se a quella della mente dei suoi genitori. In generale però seduce l'approccio multiforme con cui si esalta il talento di Kubrick.
Senza scendere nel dettaglio infernale del sottotesto e le citazioni cinefile, la cosa che colpisce di più è la maestria e l'immanenza con cui Kubrick insista sul ritorno ineluttabile e violento del passato.

Sia che si tratti del sangue degli indiani d'america o la nascita delle Nazioni, anche se l'uomo vuole tenere chiuse le porte che lo collegano alle sue origini (in questo caso gli ascensori collegati al cimitero su cui è costruito l'albergo) il sangue tornerà sempre indietro.
Vedere Danny che disorienta il padre nella scena finale del labirinto, tornando indietro sulle sue tracce nella neve sembra emblematico su come Kubrick voglia intendere l'importanza di guardarsi indietro e prendere spunto dal passato.
Il fatto che poi il compianto regista di Eyes wide shut renda tutto questo in modo magistrale, appropriandosi in maniera immanente e fulminante del linguaggio onirico e contraddittorio dei sogni, non fa che rendere Shining forse uno dei film che è impossibile voler riguardare ogni volta con una sorta di rassegnazione incerta sulle potenzialità del genio dell'uomo.


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 fetish writes:
che trip nel trip!! bella segnalazione
(26/01/2014 20:59:00 - ip: 78.13....)
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